Begato, un forte appollaiato sulle alture di Genova, che sorveglia la val Polcevera da quasi due secoli. La Diga di Begato, un quartiere progettato negli anni Ottanta, ora ai margini del mondo, che non ha neanche una voce su wikipedia.

Provate a cercare sul web la sua storia, non c’è. Ho trovato solo un lungo saggio in pdf. Ci si imbatte però in titoli altisonanti di quotidiani, come “Begato, viaggio nel quartiere dei morti ammazzati”.

DIGAVOX: perché documentare le periferie

Ebbene c’è invece chi ha a cuore queste zone residue, macinate e rigettate dalle logiche contemporanee. Mi riferisco al documentario DIGAVOX – Testimonianze dalla Diga di Begato per la regia di Ugo Roffi: «Chi vive alla Diga non vuole essere lasciato solo e pensiamo che il nostro lavoro, in qualche modo, possa contribuire a riportare l’attenzione sulle nostre periferie, luogo di diseguaglianze ma anche di riscatto».

Digavox, documentario

Mi sono spinta su quelle alture mercoledì scorso per assistere alla prima proiezione del documentario, stare in mezzo ai suoi abitanti, anche se avrei potuto con molta più facilità andare a vederlo in centro città, in posti più vicini a casa mia.

Non rimuoviamo le parti sofferenti delle città

Non perdete l’occasione di vedere DIGAVOX. Rimuovere parti della città, dimenticarle, far finta che non esistano non fa bene a nessuno, neanche a chi vive nei bei palazzi di Albaro o a Nervi, tra scogliere e alberi secolari. Le città sono un insieme, se una parte è ammalata bisogna curarla, altrimenti il malessere si sparge inarrestabile.

Decido di andare alla Diga di Begato

Mercoledì quindi mi appresto ad andare alla Diga di Begato. Prima mi fermo a Bolzaneto per fare il pieno di metano. Scopro che la chiave elettronica della macchina non funziona più. L’auto non si chiude. Avrei potuto provare con la serratura, direte voi. No, non posso, a Milano in via Padova – altro quartiere problematico di cui ho scritto – me l’hanno manomessa per rubarmela, ma non ce l’hanno fatta. Quindi è rotta.

Ora, proprio ora che vado a Begato, deve succedere. Non posso chiudere la macchina. Desisto? Neanche per sogno. Vado. Succederà quel che succederà. Posteggio la macchina in un angolo nascosto, perché il parcheggio davanti alla casetta ambientale, dove è prevista la proiezione, è strapieno. Pazienza.

A Begato ci si può anche affezionare

Questa casetta, inaugurata nel 2012, sovrasta un magnifico orto collettivo. Siamo di fronte ai palazzi della Diga di Begato e siamo circondati da un verde intenso. Sembra di essere ai margini di una foresta. Potrebbero aver ragione loro, gli abitanti che stanno difendendo il loro quartiere. Questo è un posto al quale ci si può anche affezionare. Tutti questi alberi intorno sono una festa, gioia, salute.
Ora eccomi in mezzo a tanta gente sconosciuta – per la cronaca conosco il regista e Ludovica Schiaroli che, insieme a Fabio Palli e Simona Tarzia, ha collaborato al progetto. Ma ci sono così tante persone che mi tocca vedere il documentario in piedi, con un caldo da paura. Non sono riuscita a prendere appunti, ma a vivere momenti di intensa emozione questo sì.

La troupe al lavoro
La troupe al lavoro

Il documentario che, attraverso le testimonianze di Shakif, Alessandro, Anna, Mario, Jolanda, racconta la storia della Diga di Begato, ha momenti di forte intensità poetica. Nelle prime inquadrature protagonista è la Diga, accompagnata dal cinguettare degli uccelli, che qui non mancano.

Jolanda: «Io a Begato ci sto bene»

Poi la telecamera inquadra Jolanda, mentre lava i piatti: «Vivo qui da sei anni e, nonostante le problematiche che ci sono, ci sto bene» e poi Anna: «Ero contenta quando sono venuta a stare alla Diga e pensavo di poter vivere una vita tranquilla». Loro, gli abitanti, amano il loro quartiere, è casa loro, lo difendono, non vogliono venga buttato giù come in tanti hanno proposto.

Gli abitanti della Diga di Begato
Gli abitanti della Diga di Begato, insieme alla troupe

Dopo il prologo, inizia la sfilza di magagne e sono tante. Molti appartamenti sono occupati da abusivi e una volta che se ne vanno, invece di assegnare la casa a chi ne ha diritto ed è in graduatoria, si preferisce sigillare le porte con lastre di alluminio. Costa meno.

Gavino vive a Begato dal 1984

Scorrono le immagini, il documentario ruota intorno alla testimonianza di Gavino Lai, presidente del circolo culturale Polisportiva Diamante. Gli è stato assegnato l’alloggio nel 1984 e la Diga era ancora un cantiere: «In quegli anni si stava bene».
Poi si è scelto di inserire negli appartamenti persone agli arresti domiciliari e alcuni soggetti tra i più problematici della città, soprattutto negli ultimi piani. Stranamente sono stati manomessi gli ascensori, così la polizia non poteva andare a controllare.

Ora chi ci abita e ha investito in questo quartiere – per lo meno emotivamente – deve fare decine di piani a piedi. Con i sacchetti della spesa. Ancora: sembra che ci sia un racket che gestisce le occupazioni abusive. Insomma se si vuole scrivere un manuale su come mettere in piedi una polveriera sociale, Begato è una fucina di suggerimenti.

Ci sono anche delle belle notizie

Però, la buona notizia è che oggi questa saletta è stracolma. Piano piano riconosco Jolanda, seduta vicino a me che sono in piedi. Mi guardo intorno e ci sono tutti gli abitanti che sono intervenuti nel documentario.

Sono contenti, finalmente si parla di loro, del loro quartiere. Se l’amministrazione cittadina si è dimenticata della Diga di Begato, esiste un coordinamento di abitanti che non si è arreso allo status quo. Continuano a lottare, sperando che l’aria prima o poi cambi.

Inoltre, Andrea Chiappori e la Comunità di Sant’Egidio dal 1986 seguono un centinaio di ragazzi all’anno, con la Scuola della pace: li vanno a prendere a scuola e fanno i compiti insieme. Un progetto che coinvolge oltre 30 volontari.

Digavox ha dei momenti di forte intensità

Suggestive le musiche, mentre scorrono le riprese del quartiere, con i palazzi che non finiscono mai, e centinaia di balconi e finestre che sembrano custodire gelosamente l’intimità di chi abita in questo posto sinistro, ma con un suo fascino che mi cattura.
Il documentario si conclude con Summertime di George Gershwin e un’intensa esecuzione vocale di Irene Cerboncini, che canta chiusa dentro una delle tante aree abbandonate della Diga di Begato.
Con la testa zeppa di pensieri saluto e torno alla macchina. Non sono preoccupata. Infatti è lì che mi sta aspettando tranquilla, nessuno l’ha aperta, e nessuno ha rubato le mie preziose scarpe da trekking che mi porto sempre dietro. Non si sa mai mi girasse di arrampicarmi su per una scarpata.
Se non si vuole credere nelle leggende, è importante visitarli i luoghi. E spesso si rivelano in maniera molto diversa da come ce li aspettiamo. Dipende da noi, da quello che abbiamo dentro.

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