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Laura Guglielmi

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Letizia Battaglia (Palermo, 5 marzo 1935 – Palermo, 13 aprile 2022) il 5 marzo avrebbe compiuto novant’anni.

Ha raccontato le terribili vicende della Sicilia con i suoi scatti in bianco e nero, portando alla luce la miseria e lo splendore di Palermo. Ha scavato nel profondo degli umori di una città piena di contraddizioni, mettendone in evidenza la vitalità e l’arroganza, le mille facce del potere, le tante povertà. Staffilate sono gli sguardi intensi dei bambini e delle donne dei quartieri poveri, che ha colto da cronista militante. Le sue foto hanno fatto il giro del mondo.

Quest’intervista è uscita sul Secolo XIX.

Luigi Luca Cavalli Sforza (Genova, 1922 – Belluno, 2018), uno dei più importanti genetisti del mondo, per un lungo periodo professore di genetica all’università di Stanford, negli ultimi anni della sua vita era diventato una star: le sue conferenze riempivano le sale. Ripubblico ora questa intervista del 2007 dove lo scienziato racconta come, a livello genetico, non ci sia grande differenza tra le diverse etnie umane. — Secondo Luigi Luca Cavalli Sforza, se i geni si trasmettono dai genitori ai figli, in un modo simile le idee si trasmettono da un essere umano a un altro. L’evoluzione biologica ha qualcosa in comune con L’evoluzione della cultura, così si intitola il suo saggio, pubblicato da Codice edizioni. Grande divulgatore, da sempre cerca di coniugare i meccanismi genetici con i dati storico-culturali. L’ho intervistato.

Quali sono i limiti che si pone come studioso?

Luigi Luca Cavalli Sforza. Credo che l’unico limite che mi sono sempre posto è non far male a nessuno. Se uno scienziato si accorge di essere nocivo all’umanità, deve smettere immediatamente. Non credo di essere mai andato oltre.

Qual è la ricerca che più le ha posto dei problemi etici?

Luigi Luca Cavalli Sforza. Quella sulle differenze genetiche tra i diversi gruppi umani. Sono stato ben attento, ho cercato di fare in modo che il mio lavoro non venisse frainteso. Per fortuna, in tutto quello che ho scoperto non ho trovato nulla che supportasse le teorie razziste. Non so come mi sarei comportato se, invece, avessi scoperto qualcosa che dava ragione ai razzisti

Come mai lei che è un genetista si occupa di cultura?

Luigi Luca Cavalli Sforza. La scienza ormai ha scoperto molte cose sulla trasmissione genetica rendendo possibile la comprensione della base chimica e fisica dell’eredità, il DNA. Ma l’uomo non è determinato solo dai geni: la cultura, l’apprendimento di quell’enorme massa di conoscenze che rende possibile la vita della società umana moderna, è ancor più importante dei geni.

Ma sono i geni che hanno permesso lo sviluppo della cultura nell’uomo e non negli altri animali. Così come la base del patrimonio biologico è il DNA, le “idee” sono la base del patrimonio culturale dell’umanità.

Anche la cultura si trasmette da un individuo all’altro. Quel che viene così trasmesso ha un’evoluzione simile al patrimonio genetico, che cambia lentamente nel tempo e nello spazio. Le idee possono essere trasmesse tra persone di qualunque età e senza rapporto di parentela e questo tipo di trasmissione culturale è molto più rapido e permette cambiamenti anche radicali.

A differenza dei geni, la cultura può quindi evolvere rapidamente, specie oggi grazie a internet, che trasmette informazioni quasi alla velocità della luce su base globale. Ma vi è una parte importante della cultura che evolve molto poco – e vi  sono tradizioni che vengono conservate quasi inalterate.

Che cosa pensa della variazione genetica e delle razze?

Luigi Luca Cavalli Sforza. Gli esseri umani possiedono un codice genetico che varia molto anche fra individui della stessa popolazione, mentre le differenze genetiche tra le popolazioni dei diversi continenti sono piccole. Abbiamo l’impressione che siano grandi per il colore della pelle, degli occhi o dei capelli, che sono di scarsa importanza genetica e dovute solo ad adattamenti a condizioni ambientali diverse, soprattutto il clima. Invece comportamenti, tradizioni e valori variano molto da una popolazione all’altra, perché le società tendono a istituire regole che sono seguite da tutti i suoi membri e che differiscono fra società diverse. Per essere accettati in una società straniera bisogna imparare nuove regole, e la tolleranza è scarsa. Queste differenze creano potenziali difficoltà di integrazione e vanno capite meglio, specie in un momento in cui vi è una forte affluenza di immigranti, come oggi in Italia.

Quando le è venuto in mente di mettere in relazione l’evoluzione culturale e quella biologica?

Luigi Luca Cavalli Sforza. Trent’anni fa quando ho scoperto che tra le tribù di pigmei africani e noi europei esistevano enormi differenze culturali dovute all’ambiente, ma non genetiche di rilievo. Mi sono chiesto come persone geneticamente così simili a me avessero in realtà tradizioni tanto diverse.

Da lì è nata anche l’idea che, per comprendere la complessità umana, fosse necessario far colloquiare le discipline. Dopo decenni di studi comparati di genetica, antropologia fisica, archeologia e linguistica, ho notato che scienziati e umanisti hanno approcci e interessi conoscitivi molto simili ma usano linguaggi differenti, rendendo difficile la comunicazione.

Imparando a capirsi è più facile trovare la chiavi per interpretare sia il passato sia il presente. Alcuni fattori evolutivi, come la selezione naturale, la mutazione, la deriva genetica e la migrazione – analizzati in diverse discipline – possono essere messi a confronto per fare luce sulla storia dell’umanità e per capire come avviene l’evoluzione.

Non bisogna aver paura dell’innovazione perché è necessaria per risolvere anche problemi sociali e finanziari.

Dove auspica approdino gli studi sul genoma?

Luigi Luca Cavalli Sforza. I prossimi trent’anni saranno fondamentali: le ricerche sul DNA avranno delle applicazioni importanti nel campo della medicina e aiuteranno a trovare cure più efficienti.

Mi auguro si trovi il modo per garantire la salute per tutti e che si investano più soldi nella ricerca medica, spendendone meno per fare la guerra.

Un’altra mia speranza è che si riescano a comprendere le singole inclinazioni delle persone e il lavoro per cui si è tagliati. Il genoma potrebbe quindi aiutarci a capire meglio noi stessi, portandoci ad un enorme progresso sul piano sociale.

Intervista uscita nel 2007, in occasione del Festival della Scienza di Genova

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Grinzane Cavour, 18 giugno 2006, Salman Rushdie è rilassato, ormai non ha più le guardie del corpo alle calcagna, sembra un altro da quando non gli pende più sulla testa la condanna a morte degli integralisti. Ora si sente più libero di dedicarsi alla letteratura. Il suo ultimo romanzo Shalimar il clown è un canto d’amore per il Kashmir, dal quale emerge una chiara denuncia nei confronti della politica americana ma anche dell’integralismo religioso. Di origine indiana, vive ormai da tanto tempo a Londra.

In una lunga intervista, Mauricio Rosencof, commediografo e amico del Pepe Mujica, presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, racconta gli anni di lotta e di carcere, durante la dittatura. Ripubblico questa intervista di 10 anni fa perché ho molto a cuore la libertà di pensiero e d’azione. Ora il Frente Amplio che sosteneva Mujica ha appena rivinto le elezioni.

Quando sono partita per l’Uruguay a luglio del 2014, avrei voluto intervistare el Pepe, un uomo che si è fatto conoscere in tutto il mondo, per aver rinunciato al 90% del suo stipendio da capo dello stato e alla casa presidenziale. La sua frase che mi è rimasta scolpita nel cervello è: «Povero è chi desidera avere sempre di più».  Il presidente Mujica ha dato in beneficienza il 90% del suo stipendio e ha deciso di vivere in un quartiere povero di periferia, piuttosto che nel suntuoso palazzo presidenziale.

Invece, il regista teatrale Mario Jorio mi ha dirottato sul commediografo Mauricio Rosencof, compagno di prigionia del Pepe Mujica durante la dittatura degli anni Settanta, e che su quella terribile esperienza ha scritto un libro La Memorias del Calabozo.

Ottima idea, ho pensato, il Pepe lo hanno intervistato tutte le testate giornalistiche del mondo, Rosencof invece molte meno.

Le cose non nascono dal nulla, l’artista argentino Tomas Saraceno oggi è un’artista internazionale, ma ha iniziato ad aver successo a Genova. In occasione della sua nuova mostra, intitolata Anima-le, presso la Galleria Pinksummer di Palazzo Ducale, che chiuderà i battenti a fine febbraio 2025, ripubblico quattro articoli che ho scritto su di lui sul Secolo XIX.

treno Svizzera

La Svizzera di Heidi non esiste più: da anni volevo andare sulla Top of Europe, con il trenino che si inerpica fin quasi sulla vetta dello Jungfrau. Spesso mi vedevo lassù in meditazione davanti al ghiacciaio dell’Aletsch, patrimonio dell’Unesco: lungo la bellezza di 22 km. Finalmente sono riuscita ad andarci, ma una bella sorpresa mi attendeva. Nella vita devi essere pronta alle novità. E così è stato.

Non è ancora stato riaperto lo spettacolare Sentiero degli Alpini nel gruppo montuoso Toraggio-Pietravecchia situato nel comune di Pigna (IM), nel Parco Naturale Regionale delle Alpi Liguri.

Giuseppe Verdi (1813-1901), a cui non piaceva la luce dei riflettori, al culmine del suo successo aveva trovato a Genova un luogo ideale dove la gente vive e lascia vivere. Non era una persona mondana e non gradiva granché firmare gli autografi, ma come ogni buon borghese genovese, comprava i canditi da Romanengo e i fiaschi di vino da Giavotto.

Per sua fortuna era ed è ancora abbastanza difficile infatti, ancora oggi, che gli abitanti del capoluogo ligure chiedano un autografo a un personaggio famoso. «Siamo tutti uguali», così la pensano. È come se avessero uno spiritello democratico incorporato, un loro grande pregio. Se si chiede l’autografo a una persona famosa, ci si può sentir rispondere: «Se è proprio necessario».

 

 

 

 

Gino Paoli oggi, martedì 24 marzo 2026, ci ha lasciati. 

Lo intervistai insieme a Fabrizio Casalino, prima del G8 di Genova, il primo anno che dirigevo un mentelocale appena nato, e lui era il mio geniale vice. Le foto che scattammo sono andate perse, ho recuperato un’immagine di molti anni dopo, quando ho presentato il libro di Gino Paoli “La gatta”, alla Fnac.

Ma se volete vedere le prodezze odierne di Fabrizio Casalino  sul web c’è di tutto, e ora si dedica anche alle immersioni (vedi foto in fondo). L’intervista a Gino Paoli la buttò giù Casalino. Buona lettura