«L’Amazzonia ha una propria complessità da capire. È necessario esaminare i fattori scatenanti della crisi ambientale e, quindi, le dinamiche umane quali la povertà, la disuguaglianza, la violenza, l’avidità e, soprattutto, molta impunità – racconta il fotografo Tommaso Protti – Tutte dinamiche da prendere in considerazione per poter difendere l’ambiente. Il mio lavoro è un ritratto dell’Amazzonia moderna, delle varie crisi sociali e umanitarie che si sovrappongono a quella ambientale».

GRAJAU, BRAZIL
Grajau, Brasile. L’Amazzonia sta raggiungendo un punto di non ritorno – Tommaso Protti

Volete vedere un’Amazonia inedita? Se andate a Parigi non perdetevi la mostra del fotografo Tommaso Protti, ospitata dalla Maison Européenne de la Photographie, che chiude i battenti il 16 febbraio 2020.
Tommaso Protti l’anno scorso ha vinto il prestigioso premio per il fotogiornalismo “Carmignac Photojournalist Award. Nel reportage durato sei mesi e condotto in Amazzonia assieme al giornalista Sam Cowie, il fotografo si è concentrato sul Brasile, dove si estende il 60% della foresta amazzonica.
Nato a Mantova, Tommaso Protti, poco più che trentenne, vive da alcuni anni a São Paolo in Brasile, paese di cui è innamorato. Tra le varie testate, ha collaborato con il National Geographic, The New York Times e The Guardian. Si considera un “fotografo” più che esclusivamente un “fotogiornalista”, occupandosi anche di progetti commerciali, ma con il grande privilegio di essere testimone ed osservatore del nostro tempo.
Il grande fotoreporter Mario Dondero diceva che il motore del fotogiornalismo sono la passione, l’impegno civile e la curiosità. Altrimenti, sono soltanto sequenze di scatti senz’anima. Ci pare che Protti segua questa grande lezione.

Manaus. Un giovane ammazzato davanti a casa sua, coinvolto probabilmente nel traffico della droga – Tommaso Protti

In che modo i tuoi studi ti hanno orientato verso il fotogiornalismo?

Dopo la tesi sulla geopolitica dell’acqua e sugli impatti sociali e ambientali delle dighe in Medio Oriente, mi è venuto il desidero di andare a vedere con i miei occhi quello di cui avevo scritto. E li ho iniziato a fare foto in maniera consapevole e a usarle come un vero linguaggio.

Quando hai capito che avresti fatto della fotografia il tuo mestiere?

Sicuramente grazie all’incontro con Francesco Zizola, che mi prese come suo assistente.
Uno dei miei primi lavori fu tornare nel sud-est della Turchia e raccontare fotograficamente la questione geopolitica e, in seguito, i conflitti.

Quali sono stati i tuoi maestri?

In realtà, più che i fotografi, una delle più grandi fonti di ispirazione che ho sempre avuto era il reportage. I libri di Ettore Mo e Ryszard Kapuściński mi hanno sempre affascinato.
Per vedere le cose ci vogliono delle buone scarpe.

E le foto che ti stanno più a cuore?

Le persone sono alla base del mio lavoro. La deforestazione e gli incendi, come quelli drammatici di questo luglio, sono solo una parte della storia. È importante raccontare il tessuto sociale.
Le figure più emblematiche sono quelle dei cercatori d’oro e di società sperdute nel mezzo della foresta, che mettono a nudo questa nuova corsa all’oro e, nello stesso tempo, di un’estrema disperazione. Penso alle cittadine in cui sono stato, con una sola via, un bar e un bordello, dove i lavoratori spendono in una notte il guadagno di due mesi.
Un mondo perso, ricco di risorse naturali e lasciato abbandonato.

Roberta Gregori

Araribóia, Maranhão
Araribóia, Maranhão – Tommaso Protti

 

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