Grinzane Cavour, 18 giugno 2006, Salman Rushdie è rilassato, ormai non ha più le guardie del corpo alle calcagna, sembra un altro da quando non gli pende più sulla testa la condanna a morte degli integralisti. Ora si sente più libero di dedicarsi alla letteratura. Il suo ultimo romanzo Shalimar il clown è un canto d’amore per il Kashmir, dal quale emerge una chiara denuncia nei confronti della politica americana ma anche dell’integralismo religioso. Di origine indiana, vive ormai da tanto tempo a Londra.
Il suo romanzo che profuma d’Italia
Sarà un fiorentino il protagonista del suo prossimo romanzo, ambientato durante il Rinascimento: «Sono esperto di quel periodo, ho studiato storia all’Università. Mi attrae molto Macchiavelli, figura controversa ma fondamentale. In quell’epoca c’erano pochi contatti tra l’Asia e l’Europa e io mi sono inventato un collegamento immaginario tra l’India e l’Italia. Qualcuno era già arrivato in India, come Vasco Da Gama, esistevano rotte commerciali per le spezie, però era un movimento unidirezionale, dall’Europa verso l’India. Invece io sto descrivendo un viaggio al contrario, dall’India verso l’Italia».
Il terrorismo integralista
Salman Rushdie è nato a Bombay e si è trasferito in Inghilterra a 14 anni: «Se fossi rimasto, la mia scrittura sarebbe diversa e non avrebbe certo avuto una dimensione internazionale». Nei suoi ultimi lavori affronta il tema del terrorismo, un tema centrale per tanti scrittori cresciuti a cavallo tra due culture: «È impossibile sconfiggere il male, farà sempre parte del mondo. È un problema complesso, di cui gli scrittori si sono sempre occupati. Chi crede di saper distinguere il bene dal male mente. Mi sento vicino a chi non ha posizioni forti».
Le donne di Salman Rushdie
I rapporti d’amore stanno acquisendo sempre più spazio nelle sue opere: «Quando ho cominciato a scrivere davo poco spazio al sesso, poi piano piano i rapporti tra donne e uomini mi sono interessati sempre di più: credo siano cose che si imparano con l’esperienza. Le donne da sempre sono al centro dei miei romanzi e l’hanno sempre vinta». Lo scrittore è cresciuto con tre sorelle, era l’unico maschio: «È difficile essere un uomo in una famiglia così».
Hanif Kureishi, lo scrittore anglopakistano
Diverso il temperamento di Hanif Kureishi, nervoso, distaccato. Le domande sembrano disturbarlo. E pensare che i suoi romanzi mi sono piaciuti da morire. L’ho letto la prima volta quando vivevo a Londra. L’autore del bestseller Il Buddha delle periferie è molto meno allegro, gioviale, simpatico dei suoi personaggi. E anche di Salman Rushdie, che per anni è stato costretto a vivere sotto scorta.
Hanif Kureishi, come Rushdie, è cresciuto a Londra con il piede in due staffe, il padre è pakistano e la madre inglese. Dopo il suo romanzo d’esordio, Londra è diventata ancora più multietnica: «Ora ai vecchi immigrati si stanno sostituendo, nei lavori più umili, tante persone che provengono dalla Polonia, dall’Est europeo, dall’Africa». Ma in Gran Bretagna vivono meglio che in altri paesi europei: «In Francia ad esempio sono ancora degli outisder, hanno più difficoltà a entrare nel mondo del lavoro». Hanif è stato uno dei primi scrittori a gettare uno sguardo ironico sulle differenze culturali, quando ancora non si parlava di scontro di civiltà. Geniali sono alcune descrizioni della comunità pakistana di Londra, vista con distacco e ironia: «Sì, si può ancora essere ironici, giocare su queste differenze, certo ora è più difficile. Tutto dipende dal temperamento dello scrittore».
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Questa doppia intervista è uscita il 18 giugno 2006 sul Secolo XIX
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