Con una certa emozione pubblico, oggi 25 aprile 2022, il racconto che mio padre Gino Guglielmi scrisse per la Gardiöra du Matüssian, anno IV, numero 1, marzo 1985. Era il giornale edito dalla Famija Sanremasca, di cui era direttore responsabile. Diverse persone in quell’occasione raccontarono sulla rivista il loro 25 aprile a Sanremo, tra cui Italo Calvino. Da un po’ volevo pubblicare questa storia che ha per protagonista Gino Guglielmi. Anche se gli eroi non mi piacciono e poi lui non lo era. In questo brano ci svela perché vinse una medaglia per quello che fece la mattina del 25 aprile del 1945, mentre sotto la pressione delle forze americane e dell’insurrezione partigiana, le truppe tedesche stavano abbandonando Sanremo. In quel frangente, una formazione navale alleata si era affacciata alla baia per cannoneggiare la città, sotto la guida di un aereo ricognitore. Buon 25 aprile!

I tedeschi se ne vanno, di Gino Guglielmi

Gino Guglielmi a 19 anni
Mio padre a 19 anni. Mi piace ricordarlo così. Spensierato, appena finita la guerra. Probabilmente tra San Romolo e Bajardo, nel suo amato entroterra.
Stavo nascosto in una abitazione del centro storico messa a disposizione da una compiacente vicina di casa, quando, durante le ore notturne, si fece udire un inconsueto fragore proveniente dalla via Vittorio Emanuele (oggi via Matteotti). Era una colonna di camion in marcia verso Est che rompeva il silenzio di quella lunga notte del 1945. Mi pareva veramente insolito che automezzi transitassero con quella frequenza, abituato com’ero a trascorrere nottate proteso all’ascolto del cupo suono delle sirene d’allarme o dal ferreo scalpitìo sull’acciottolato di scarpe chiodate delle ronde tedesche o della brigata nera.

La guerra è finita?

Ai primi albori mi giunse una voce eccitata di donna: «A l’è finia! a l’è finia! i tedeschi i se ne vàn!» Non credetti alle mie orecchie, un nodo mi serrò la gola e, in un baleno, ripensai a tutti i pericoli in cui ero incorso negli ultimi due anni di guerra. Forse avevo vinto la lotta contro la morte. La conferma di questa notizia non tardò ad arrivare. Scesi in strada per unirmi ai sempre più numerosi partigiani che entravano a Sanremo.

Gino Guglielmi racconta: gli alleati bombardano Sanremo

Fu allora che riprese lugubre e sinistro il suono delle sirene. Navi alleate avevano ricominciato per l’ennesima volta il cannoneggiamento della città. Mi trovavo sul corso degli Inglesi all’altezza di via San Bernardo, quando rombò un tremendo boato e una valanga di calcinacci e pietrame mi investì. Trascorso un imprecisato momento di stordimento, dolorante per le contusioni, cercai di sollevarmi da terra ma non potei. Avevo gli occhi pieni di polvere della fitta nube che mi toglieva anche il respiro.

Una giovane donna colpita da una bomba

Avanzai carponi per qualche metro, quando la mia mano si posò sopra un corpo esanime. Non appena diradato il polverone mi resi conto che una giovane donna giaceva tra le macerie e perdeva copiosamente sangue Una scheggia le aveva lacerato la coscia sinistra lasciando scoperta la tibia. Prontamente, affannosamente, spostai le pietre che ricoprivano in parte la donna e, con la cintura dei calzoni a guisa di laccio, cercai d’arrestare l’emorragia. Il bombardamento aumentava l’intensità quando presi in spalla la sventurata per portarla nella galleria rifugio di piazza San Siro che distava almeno 300 metri. Ad ogni sibilo mi accostavo al muro delle case in attesa dello scoppio del proiettile. Ansante e trafelato entrai con il mio fardello umano nella galleria-rifugio tra il silenzio dei presenti che mi osservavano con gli occhi sbarrati. Affidai la donna alle competenti cure degli addetti al pronto soccorso.

Mi venne un’idea per fermare il massacro

All’esterno un idrovolante effettuava larghi giri sulla città per dirigere i tiri della formazione navale. Qualcuno accennò di possedere una pistola lancia-razzi. Intravidi subito la possibilità di servirmene e chiesi ai presenti di accompagnarmi sul campanile della Collegiata di San Siro per fare delle segnalazioni. Nessuno volle seguirmi, e decisi allora di andare solo. Con la grossa arma a tracolla, caricata la pesante cassetta dei razzi sulla spalla, presi a salire sull’alta torre campanaria. Ad ogni gradino il sibilare delle cannonate si faceva più minaccioso, ma non mi persi d’animo, e giunsi alfine nell’abitacolo della grande campana.

Salgo sul campanile

Era la prima volta che potevo vedere da vicino il caro Baci (appellativo col quale i sanremaschi chiamano la grande campana del campanile di San Siro, intestata a San Giovanni Battista). Era una mattinata limpida: all’orizzonte si distinguevano le sagome delle navi, vedevo il fumo scaturire dalle bocche da fuoco quando il colpo partiva, mentre più vicino alla costa, in alto sul mare, un biplano disegnava larghi giri nel cielo. Aprii la cassetta e, con sorpresa, notai che le capsule dei razzi avevano colorazioni diverse ed io non ne conoscevo il significato. Un’idea mi venne improvvisa: rosso, bianco e verde, i colori della bandiera italiana! Non sbagliai, i fatti mi diedero ragione.

L’areo punta nella mia direzione

Dopo un triplice lancio, l’aereo scese a bassa quota puntando nella mia direzione. Mi passò sopra la testa a una trentina di metri. Ebbi paura e cercai riparo. Esplosi allora una seconda terna di razzi, e con una larga virata, l’aereo mi fu nuovamente addosso. Per un istante temetti che il pilota azionasse le mitragliere di bordo. Ripetei i segnali, e questa volta il pilota, che distinguevo benissimo, agitò la sciarpa in segno di saluto. Col cuore pieno di gioia risposi sventolando la mia giacca a vento.

A ghèrra a l’è finia

In quell’istante, l’ultimo bombardamento di una tremenda guerra ebbe fine. Il pilota aveva comunicato via radio alle navi il «cessate il fuoco». Si era reso conto che dalle finestre e sulle terrazze erano evidenziate candide lenzuola, e sul corso Imperatrice una grande scritta: «Ville liberèe» non ammetteva dubbi di sorta sulla fine delle ostilità. L’aereo della morte volteggiava ora festoso, i suoi passaggi radevano i tetti delle case quasi a toccarli, la gente uscita dai rifugi ricambiava, con le braccia rivolte al cielo, al pilota il suo saluto. A ghèrra a l’èira finia pe’ dabon! Avevo allora 19 anni.
Qualche notizia sull’immagine di apertura
Gino Guglielmi sul campanile di san SiroEcco la didascalia originale: “L’arguto artista Silvio Germano, nostro concittadino, ha voluto ricostruire in modo assai simpatico l’episodio di cui fu protagonista il giorno 25 aprile 1945 Gino Guglielmi. In quella occasione Sanremo, ormai liberata dai partigiani, subiva l’ultimo bombardamento della storia bellica del nostro Paese, che cessò appunto a seguito delle segnalazioni con i razzi effettuate dall’alto del campanile di San Siro.
A proposto della scrittura
Una cosa per gli addetti ai lavori del web. Lo yoast seo mi ha fatto subito la faccina verde. Una cosa davvero strana per un articolo scritto nel 1985, da una persona nata nel 1926. Peccato però che wordpress oggi non ne vuole sapere di rispettare gli a capo, mi sono anche intrufolata nel codice html, ma niente. Quindi le frasi sono brevi, ma i paragrafi purtroppo no. Nonostante la faccina verde.
Ecco la medaglia
La medaglia che è stata consegnata a Gino Guglielmi — Se vuoi scrivermi! Per seguire i miei reportage, articoli o racconti, iscriviti al mio gruppo su Facebook. Grazie

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