Grande affabulatore, in grado di catturare il lettore e farlo rimanere incollato alla pagina per seguire le vicende di un intero popolo, Abraham Yehoshua, è lo scrittore israeliano più conosciuto al mondo. La sua narrazione penetra nella storia del popolo ebreo, analizza i conflitti mediorientali, attraversa i sentimenti che animano gli individui.

I suoi personaggi sono sempre in movimento, mai sazi, alla ricerca
di un’identità quasi impossibile da trovare. Yehoshua è capace di insinuarsi tra le pieghe del pensiero di persone differenti tra loro, dalla vittima all’aguzzino, riuscendo a comporre un quadro preciso, una mappa
emotiva.
Nato a Gerusalemme nel 1936, ha scritto ben dodici romanzi, tra cui L’amante e II signor Mani.

Pensa che la storia sia una chiave interpretativa del presente?

«Quello che accade oggi è una semplice continuazione di ciò che è stato. Credo profondamente nelle lezioni della storia, soprattutto per quanto riguarda il mio paese. Serve per analizzare i comportamenti e le identità. Le cose si ripetono, e per evitare gli stessi errori bisogna conoscere il passato».

Quali sono invece i suoi sentimenti nei confronti del futuro?

«Noi ebrei abbiamo un passato problematico, un passato di disastri. E non possiamo più permetterci di sbagliare, perché i nostri errori potrebbero essere molto pericolosi».

Quali errori sta commettendo oggi il suo popolo?

«Basta vedere il modo in cui vengono trattati i palestinesi nei territori occupati, non è assolutamente necessario comportarsi così»

Qual è, secondo lei, il ruolo di uno scrittore?


«Esprimere completamente quello che sente. Non aver paura di dire quello che pensa. Riuscire a cogliere il quadro della situazione nel suo insieme, combinando il passato e il presente. Inserire i dettagli in un
sistema integrato».

E nel suo paese?

«Gli intellettuali sono rispettati. Anche se andiamo contro il governo non siamo mai censurati. Gli ebrei sono abituati da sempre all’autocritica. Siamo stati educati dalla storia. Anche se poi non è detto che ciò
ci porti a cambiare in meglio».


Qual è il rapporto tra la letteratura israeliana e quella araba?

«Abbiamo più legami con i paesi occidentali, per quanto riguarda la letteratura. La narrativa palestinese risente di un forte impegno politico. Credo che gli arabi siano grandi maestri nella poesia, come metto in
evidenza nel mio ultimo libro».


Perché c’è un’attenzione così accentuata nei confronti della letteratura israeliana?

«Credo che abbia raggiunto degli ottimi livelli. E poi perché Israele e gli ebrei, a partire dall’olocausto, sono sempre stati al centro dell’attenzione internazionale. La gente è incuriosita e vuole capire le motivazioni dei nostri conflitti. Ritiene che gli scrittori siano più onesti nel descrivere la situazione rispetto alle fonti ufficiali israeliane».


Quali sono i suoi sentimenti nei confronti di Gerusalemme?

«E una città molto importante per la storia del mio popolo, una città piena di conflitti. Ho un forte legame anche famigliare con Gerusalemme, ma ho deciso di non viverci. Avrà sempre un posto speciale nei miei romanzi. Quasi sempre i miei personaggi, anche se non vivono lì, hanno una qualche relazione con la città».

Allora perché ha deciso di vivere a Haifa?

«Volevo stabilirmi in un’area più tranquilla, dove ci fosse un’atmosfera più costruttiva, lontano dal fanatismo religioso sia ebreo che palestinese. A Gerusalemme sarei rimasto bloccato in una situazione paludosa».

Lei scava nella psicologia dei suoi personaggi: ciò e dovuto anche al fatto che sua moglie è una
psicoanalista?

«Certo. Stiamo insieme da 42 anni e tra noi c’è un forte scambio. Lei mi parla molto spesso del suo lavoro. Uso proprio i suggerimenti della psicanalisi per costruire le mie vicende e anche per interpretare
la vita».


Perché i suoi personaggi sono sempre in movimento?

«Israele è un paese molto piccolo e la gente viaggia molto anche all’estero. E poi perché siamo un popolo in viaggio da sempre».

Quali sono le sue città europee preferite?

«Parigi, dove ho vissuto per 5 anni. Anche Roma mi piace molto. Mi colpiscono il suo passato, i suoi monumenti, i siti religiosi. Mi interessa perché è il centro della cristianità. E una città bella e anche un po’
selvatica. Mia moglie ed io ci stiamo innamorando sempre più del vostro paese anche per il fatto che è composto da tante città e ognuna di esse è un universo a parte».

Era mai stato a Genova?

«Sì, tanto tempo fa quando eravamo studenti e ne ho un ricordo vago. Mi è rimasto impresso un certo calore espressivo dei suoi abitanti. È un po’ simile alla nostra città, Haifa, ha un porto e le montagne che l’abbracciano.».

Quali scrittori italiani conosce?

«Classici degli anni ’50 e ’60 come Primo Levi, Natalia Ginzburg, Gadda, Sciascia, Moravia. Sono rimasto molto colpito dall’Isola di Arturo della Morante. Tra gli scrittori contemporanei, ho letto Tabucchi, Eco,
Baricco».

Lei ha scritto il suo primo romanzo a quarant’anni, prima solo racconti, perché?

«Non mi sentivo maturo per affrontare un lavoro complesso. Dovevo trovare la mia cifra, rendere concreto il mio linguaggio. I racconti mi sono serviti per evocare il sapore della mia lingua materna, per trovare la giusta fonte d’ispirazione. È stato un lavoro duro».

Nei suoi primi romanzi usava punti di vista diversi per narrare le stesse vicende, perché ha scelto questa tecnica?

«Non volevo affidarmi ad un solo modo di vedere le cose: in Israele più che altrove i modi di vivere il presente sono molteplici. Mi interessa confrontarli tra di loro. Nel mio paese non esiste più un centro. È
stato smantellato. Ora sono tornato a un modello narrativo più tradizionale».

Tra i tanti romanzi che ha scritto, ce n’è uno che predilige?

«A mio parere, il romanzo più originale e più ambizioso è Il signor Mani. E anche Cinque stagioni.
Due tecniche opposte di costruire una trama. Rappresentano i confini della mia scrittura. In ogni romanzo cerco di cambiare lo stile».


Ne Il signor Mani fa narrare le vicende da cinque personaggi diversi, quale le assomiglia di più?


«Non c’è nessuno di cui possa dire questo sono io. Se vivessi dentro una sola personalità non sarei uno scrittore. Uno scrittore deve essere flessibile, aperto ai cambiamenti, mobile. Se avesse un nucleo solido
sarebbe meglio non facesse questo mestiere, ma l’ufficiale dell’esercito».

Versione aggiornata dell’intervista uscita sul Secolo XIX, il 7 novembre 2002.

Leggi anche l’intervista ad Amoz Oz.

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La foto in creative commons è di Arielinson

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