Il blog non è solo mio: con questo articolo di Andrea Gado  sul film “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino, inauguro questo settore del sito, dove pubblico anche interventi non miei. Gado è attore, performer e modello pittorico all’Accademia Ligustica di Belle Arti. Inoltre, insieme a Raffaella Russo ha fondato il progetto teatrale GRUPPOLIMPIDO, : «Il mio modo di fare il Teatro è anche un mio piccolo, personalissimo contributo alla lotta per i diritti delle donne e della comunità LGBT», spiega. 

Infatti non è un caso che Andrea parli proprio di “Chiamami col tuo nome” , che ha vinto l’Oscar 2018 per l’adattamento del romanzo omonimo di André Aciman, a cura del grande James Ivory, che compie novant’anni il prossimo giugno. Qui il trailer

DI ANDREA GADO

Chiamami col tuo nome, c’è chi lo ama e chi lo odia. Io lo amo.
Lo amo per la magistrale interpretazione di Thimotée Chamalet nel ruolo di Elio – il suo lunghissimo, commovente primo piano finale vale l’intero film, anche se ogni attore ci regala un’interpretazione vibrante e intensa.
Lo amo perché richiede allo spettatore uno sforzo di attenzione. Non vuole compiacere. Si prende i suoi tempi.
Lo amo perché, proprio come il libro di André Aciman da cui è tratto, ritengo sia un’opera preziosa in questi anni così aridi e privi di poesia. Entrambi mi hanno toccato nel profondo. Entrambi, con mia grande sorpresa, mi hanno parlato di me.
Lo amo perché anch’io, come tutti, ho avuto 17 anni.
Tutti siamo stati Elio (qualcuno lo è addirittura in questo stesso momento): giovani, appassionati e insicuri, pieni di vita e impauriti, perennemente eccitati (non a caso in “Chiamami col tuo nome” si rimarca spesso come Elio ce l’abbia sempre “duro” – che tenerezza, e che invidia!), e in vorticoso equilibrio fra la nostra fame d’amore (e di fisicità) e la fottuta paura che si realizzi la possibilità di saziarla, quella fame; tra la “vita sognata” nel nostro mondo segreto (quanti libri che abbiamo letto, lì) e la “vita vera” nel mondo là fuori.
“Se solo sapessi quanto poco so delle cose che contano davvero”. E la vita vera comincia proprio con questa confessione/dichiarazione di Elio a Oliver.
Si parla – meravigliosamente – di giovinezza ed entusiasmo, bellezza e arte, della scoperta dell’amore e dell’Altro, della liberazione del corpo e della sconcertante rivelazione di sé che ne consegue.
Secondo molti, i protagonisti sono tutti troppo ricchi, tutti troppo gentili, tutti troppo colti. Ma il cinema è arte e l’arte è anche allegoria, espediente narrativo. Trovo che la casa in cui Elio trascorre le estati (così come la sua stessa giovinezza) sia l’allegoria del paradiso terrestre prima della caduta, dove la caduta è, finalmente, conoscere e vivere “le cose che contano davvero”. Non a caso, nel libro, Oliver ribattezza “paradiso” il bordo piastrellato della piscina dove ama stendersi per lavorare.
E poi, al cinema, a teatro, in un libro, cerchiamo la catarsi, la bellezza, la poesia del racconto che trascende la prosaicità della vita. Diversamente, tutto perderebbe di senso, Maurice diventa un povero meschinetto, Lady Chatterly e Madame Bovary due poco di buono e Romeo e Giulietta due ragazzini esaltati.
Amo che “Chiamami col tuo nome”, come già il libro, renda omaggio ai celebri amanti della letteratura e agli artisti che li hanno creati. Ed io, che a 17 anni amavo i romanzi di E.M.Foster, ritrovo James Ivory, regista di “Camera con vista” (1986), firmarne la sceneggiatura, Elio suonare il piano come Lucy Honeychurch e, su quella che in Aciman era la “Collina di Monet”, assisto al primo bacio fra Elio e Oliver, proprio come a Fiesole George bacia Lucy per la prima volta mentre la Firenze ottocentesca di Ivory viene tradotta nella Bergamo alta di Guadagnino dei primi anni 80.

Ed ecco il primissimo Tondelli (quello di “Altri libertini”, appunto), mentre Elio e Oliver ballano ubriachi in quegli antichi anfratti, far capolino da una macchina che manda la musica degi Psychedelic Furs nella notte. E ritrovo la Pensione Bertolini di Forster nella struggente e conturbante immagine di Oliver al balcone mentre il sole sorge sul giorno che lo riporterà in America, alla vita che lo aspetta. La sua. Lontano da Elio e, forse, da sé stesso. E, come in Forster, ritrovo gli stessi elementi: giovinezza, bellezza, l’Italia solo apparentemente “da cartolina” vista con gli occhi degli inglesi all’estero come anche il conflitto tra apollineo e dionisiaco, tra “ciò che si vorrebbe fare e ciò che si deve”.
Diversamente da quanto fa Aciman nel libro, Guadagnino non calca la mano sulla forza dirompente dell’esperienza erotica tra Elio ed Oliver. Il desiderio che li unisce passa attraverso i dettagli: gli sguardi, le mani che, non viste, cercano continuamente quelle dell’altro, i corpi che si toccano e si scontrano. Ed è tale il loro appassionato affiatamento fisico che si potrebbe tranquillamente “capire tutto quel che c’è tra quei due” anche a volume zero. Ed è così che i genitori di Elio capiscono. Osservano il figlio e, in silenzio, con occhi innamorati e mente aperta, lasciano che viva la sua “storia importante”. Come dovrebbe fare un genitore, no? E qui – parlo da padre e da uomo di mezza età – raccogliere le incredule perplessità di molti giovani mi fa pensare che, forse, non solo anche la mia generazione ha perso (con buona pace di Gaber) ma che i giovani non sanno più immaginarsi diversamente “i grandi”.
E proprio perché sono padre – e mi è quindi impossibile guardare il mondo con altri occhi –, ciò che più ho amato di “Chiamami col tuo nome”, già fra le pagine migliori del libro, è stato proprio il confronto tra padre e figlio, qui restituito con una verità, una delicatezza, una maestria da standing ovation. Padre e figlio sul divano, l’uno accanto all’altro, il padre che soppesa le parole e i silenzi, il figlio che ascolta e, a piccoli scatti, quasi impercettibili, annulla la distanza fra loro – padre e figlio che, per tutto il tempo, si parlano con gli occhi umidi. Che poi, come diceva Tondelli, è “l’unico modo reale che le persone hanno di comunicare”.
Così, nel buio del cinema, mi commuovo e piango perché “Chiamami col tuo nome” mi restituisce intero a me stesso e al mio desiderio, guardo lo schermo e sono il figlio 44enne che ha da poco perduto suo padre ma sono anche il figlio 17enne che sogna intensamente quella stessa, impossibile intimità con quell’uomo che un giorno lo renderà orfano, e ancora, sono il padre che, una sera d’inverno, stringe fra le braccia il suo bambino che piange, disperato, perché qualcosa là fuori, nel mondo là fuori, lo fa sentire “fuori posto”.
E poiché “La vita è quella cosa che accade mentre, tutt’attorno, accade tutto il resto”, il mondo là fuori irrompe continuamente nel racconto, perché l’amore, qualsiasi amore, vive fuori dal tempo ma si consuma nel tempo, così come si consumarono i sandali di Patroclo e il Baedeker di Lucy Honeychurch, e come si consumeranno le espadrillas e la camicia di Oliver. Libro e film sono popolati di oggetti che ci rimandano a quegli anni lì (gli stessi anni ‘80 della mia infanzia e della mia prima adolescenza): la radiolina gracchiante con la voce di Battiato, il telefono a disco, l’immancabile walkman con le cuffiette ad arco, l’Olivetti lettera 35, il jukebox che manda un pezzo di Fossati ricantato da Loredana Berté

E a chi insiste che è tutto “troppo incredibile” ribatto che bellezza, talento e poesia sono effettivamente incredibili, perché – lungi dall’insegnarti la vita – ti mettono di fronte al tuo Desiderio: ti spingono a riconoscere la vita che vuoi e a realizzarla; o a convivere con quella che non sei riuscito a realizzare. Non a caso, un oggetto feticcio che compare spesso nel film, è un orologio, quello che Elio non sa mai dove mettere e che gli ricorda continuamente – mentre suona, parla con gli amici, trascrive musica, si masturba o fuma una sigaretta – che ha un appuntamento con la vita adulta, la sua, un appuntamento che lo cambierà per sempre e che, fino all’ultimo, può comunque scegliere di disertare e restare per sempre in quel limbo dorato che è la sua giovinezza.

Allora concludo citando proprio Aciman: amo “Chiamami col tuo nome” perché mi lascia sorpreso che “questa cosa chiamata tempo sia successa (anche) a me”.

 

La foto è stata scaricata da wikipedia, che segnala che è uno screenshot di Bart Ryker.

Se vuoi, contattami o -per seguire i miei articoli- iscriviti al mio gruppo su Facebook

Scrivi un commento