Begato, un forte appollaiato sulle alture di Genova, che sorveglia la val Polcevera da quasi due secoli. La Diga di Begato, un quartiere progettato negli anni Ottanta, ora ai margini del mondo, che non ha neanche una voce su wikipedia.

Provate a cercare sul web la sua storia, non c’è. Ho trovato solo un lungo saggio in pdf. Ci si imbatte però in titoli altisonanti di quotidiani, come “Begato, viaggio nel quartiere dei morti ammazzati”.

DIGAVOX: perché documentare le periferie

Ebbene c’è invece chi ha a cuore queste zone residue, macinate e rigettate dalle logiche contemporanee. Mi riferisco al documentario DIGAVOX – Testimonianze dalla Diga di Begato per la regia di Ugo Roffi: «Chi vive alla Diga non vuole essere lasciato solo e pensiamo che il nostro lavoro, in qualche modo, possa contribuire a riportare l’attenzione sulle nostre periferie, luogo di diseguaglianze ma anche di riscatto».

Digavox, documentario

Mi sono spinta su quelle alture mercoledì scorso per assistere alla prima proiezione del documentario, stare in mezzo ai suoi abitanti, anche se avrei potuto con molta più facilità andare a Sampierdarena (venerdì 25 maggio, alle 21, Circolo Enal Cap, via Albertazzi) oppure, ancor meglio, al Teatro Altrove, in centro storico (mercoledì 13 giugno, Piazza Cambiaso, ore 17,30). Andateci! Per info: seguite la pagina facebook.

Non rimuoviamo le parti sofferenti delle città

Non perdete l’occasione di vedere DIGAVOX. Rimuovere parti della città, dimenticarle, far finta che non esistano non fa bene a nessuno, neanche a chi vive nei bei palazzi di Albaro o a Nervi, tra scogliere e alberi secolari. Le città sono un insieme, se una parte è ammalata bisogna curarla, altrimenti il malessere si sparge inarrestabile.

Decido di andare alla Diga di Begato

Mercoledì quindi mi appresto ad andare alla Diga di Begato. Prima mi fermo a Bolzaneto per fare il pieno di metano. Scopro che la chiave elettronica della macchina non funziona più. L’auto non si chiude. Avrei potuto provare con la serratura, direte voi. No, non posso, a Milano in via Padova – altro quartiere problematico di cui ho scritto – me l’hanno manomessa per rubarmela, ma non ce l’hanno fatta. Quindi è rotta.

Ora, proprio ora che vado a Begato, deve succedere. Non posso chiudere la macchina. Desisto? Neanche per sogno. Vado. Succederà quel che succederà. Posteggio la macchina in un angolo nascosto, perché il parcheggio davanti alla casetta ambientale, dove è prevista la proiezione, è strapieno. Pazienza.

A Begato ci si può anche affezionare

Questa casetta, inaugurata nel 2012, sovrasta un magnifico orto collettivo. Siamo di fronte ai palazzi della Diga di Begato e siamo circondati da un verde intenso. Sembra di essere ai margini di una foresta. Potrebbero aver ragione loro, gli abitanti che stanno difendendo il loro quartiere. Questo è un posto al quale ci si può anche affezionare. Tutti questi alberi intorno sono una festa, gioia, salute.
Ora eccomi in mezzo a tanta gente sconosciuta – per la cronaca conosco il regista e Ludovica Schiaroli che, insieme a Fabio Palli e Simona Tarzia, ha collaborato al progetto. Ma ci sono così tante persone che mi tocca vedere il documentario in piedi, con un caldo da paura. Non sono riuscita a prendere appunti, ma a vivere momenti di intensa emozione questo sì.

La troupe al lavoro
La troupe al lavoro

Il documentario che, attraverso le testimonianze di Shakif, Alessandro, Anna, Mario, Jolanda, racconta la storia della Diga di Begato, ha momenti di forte intensità poetica. Nelle prime inquadrature protagonista è la Diga, accompagnata dal cinguettare degli uccelli, che qui non mancano.

Jolanda: «Io a Begato ci sto bene»

Poi la telecamera inquadra Jolanda, mentre lava i piatti: «Vivo qui da sei anni e, nonostante le problematiche che ci sono, ci sto bene» e poi Anna: «Ero contenta quando sono venuta a stare alla Diga e pensavo di poter vivere una vita tranquilla». Loro, gli abitanti, amano il loro quartiere, è casa loro, lo difendono, non vogliono venga buttato giù come in tanti hanno proposto.

Gli abitanti della Diga di Begato
Gli abitanti della Diga di Begato, insieme alla troupe

Dopo il prologo, inizia la sfilza di magagne e sono tante. Molti appartamenti sono occupati da abusivi e una volta che se ne vanno, invece di assegnare la casa a chi ne ha diritto ed è in graduatoria, si preferisce sigillare le porte con lastre di alluminio. Costa meno.

Gavino vive a Begato dal 1984

Scorrono le immagini, il documentario ruota intorno alla testimonianza di Gavino Lai, presidente del circolo culturale Polisportiva Diamante. Gli è stato assegnato l’alloggio nel 1984 e la Diga era ancora un cantiere: «In quegli anni si stava bene».
Poi si è scelto di inserire negli appartamenti persone agli arresti domiciliari e alcuni soggetti tra i più problematici della città, soprattutto negli ultimi piani. Stranamente sono stati manomessi gli ascensori, così la polizia non poteva andare a controllare.

Ora chi ci abita e ha investito in questo quartiere – per lo meno emotivamente – deve fare decine di piani a piedi. Con i sacchetti della spesa. Ancora: sembra che ci sia un racket che gestisce le occupazioni abusive. Insomma se si vuole scrivere un manuale su come mettere in piedi una polveriera sociale, Begato è una fucina di suggerimenti.

Ci sono anche delle belle notizie

Però, la buona notizia è che oggi questa saletta è stracolma. Piano piano riconosco Jolanda, seduta vicino a me che sono in piedi. Mi guardo intorno e ci sono tutti gli abitanti che sono intervenuti nel documentario.

Sono contenti, finalmente si parla di loro, del loro quartiere. Se l’amministrazione cittadina si è dimenticata della Diga di Begato, esiste un coordinamento di abitanti che non si è arreso allo status quo. Continuano a lottare, sperando che l’aria prima o poi cambi.

Inoltre, Andrea Chiappori e la Comunità di Sant’Egidio dal 1986 seguono un centinaio di ragazzi all’anno, con la Scuola della pace: li vanno a prendere a scuola e fanno i compiti insieme. Un progetto che coinvolge oltre 30 volontari.

Digavox ha dei momenti di forte intensità

Suggestive le musiche, mentre scorrono le riprese del quartiere, con i palazzi che non finiscono mai, e centinaia di balconi e finestre che sembrano custodire gelosamente l’intimità di chi abita in questo posto sinistro, ma con un suo fascino che mi cattura.
Il documentario si conclude con Summertime di George Gershwin e un’intensa esecuzione vocale di Irene Cerboncini, che canta chiusa dentro una delle tante aree abbandonate della Diga di Begato.
Con la testa zeppa di pensieri saluto e torno alla macchina. Non sono preoccupata. Infatti è lì che mi sta aspettando tranquilla, nessuno l’ha aperta, e nessuno ha rubato le mie preziose scarpe da trekking che mi porto sempre dietro. Non si sa mai mi girasse di arrampicarmi su per una scarpata.
Se non si vuole credere nelle leggende, è importante visitarli i luoghi. E spesso si rivelano in maniera molto diversa da come ce li aspettiamo. Dipende da noi, da quello che abbiamo dentro.

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2 Commenti

  1. Maddalena Leali Rispondi

    P.S. La faccenda delle case è vera, ma, guarda caso, è un ente pubblico, o pseudo tale, ad occuparsene. La stessa storia coinvolge anche l’ex centro di addestramento della polizia postale, che sorge a meta’ della via Linneo (Valtorbella), dove si trovano trenta appartamenti abbandonati in un palazzo ormai fatiscente e non più abitabile.
    un abbraccio
    Maddalena

  2. Maddalena Leali Rispondi

    Ciao Laura. Quando l’hai scritto, questo articolo? Se ti va, te ne parlo ancora un po’ io, che ci vivo dal 1985 e ci ho fatto scuola per 25 anni. Prima di tutto, Begato è un paesino che incontri dopo aver raggiunto e superato la Chiesa di San Giovanni Battista, da dove puoi ammirare un panorama che nelle giornate di tramontana ti mostra quasi la Corsica; girando quindi a sinistra senza scollinare, dopo circa quattro chilometri ti trovi nella piazzetta di Begato. Da lì, passato il museo d’arte contadina, puoi prendere una strada che segue il giro dei Forti e termina ai Righi. Detto questo, il quartiere che hai visitato e dove si trova la casetta ambientale, si chiama Diamante. Dall’altra parte, scollinando giusto da san Giovanni (nome confidenziale della chiesa) arrivi al quartiere Valtorbella, dove puoi trovare la Scuola Primaria Elsa Morante, la Scuola secondaria (media) Tosca Bercilli, dotata di un anfiteatro per spettacoli vari, nonché della palestra più grande di Genova appena ristrutturata per merito delle squadre di calcio genovesi. Più giù incontrerai un paio di edicole e la piazza Vittime di Bologna con campo sportivo regolamentare dove giocano squadre a partire dai pulcini fino alla promozione, un grande circolo ricreativo Culturale gestito dall’ARCI sotto l’egida del Municipio Valpolcevera nonché centro medico e farmacia, fornaio, estetista, parrucchiera e supermercato Conad. Per tornare al quartiere Diamante, avrai visto il grande centro sportivo, dove non si svolgono soltanto attività sportive, ma percorsi di teatro, musica e ballo per piccoli e grandi. Accanto al centro sportivo, il quartiere è servito da un grande supermercato Lydl. Poco più avanti , un’altra piazzetta dove puoi trovare una seconda farmacia, un secondo studio medico e il centro dove opera la comunità di Sant’Egidio. Presso la chiesa di San Giovanni c’è un attivissimo centro per gli anziani. Nel quartiere Valtorbella si trova l’altra vivacissima parrocchia, quella di Santa Croce, dove operano giovani volontari per diverse attività, prioritarie quelle per l’aiuto ai bambini con genitori che lavorano fino a tardi. I due quartieri non conducono vite separate, ma organizzano eventi comuni, come ad esempio la Festa di primavera al Diamante e la festa della scuola al Valtorbella, eventi entrambi aperti a tutti. Vedi Laura, questi quartieri hanno avuto le loro vicissitudini e ancora ne hanno, ma nel tempo sono cresciuti, la gente ha imparato a conoscersi e a volersi bene, la scuola funziona ed ha rare caratteristiche di accoglienza e di continuità fra i vari ordini e gradi . Ah, dimenticavo, esistono anche il nido e la scuola dell’infanzia Primavera, quindi questi bimbi crescono insieme e le loro famiglie anche. Unisci a tutto questo le grandi aree boschive e l’agevole servizio di autobus che porta alla metropolitana al massimo in venti minuti. Credo di averti detto più o meno tutto. Approfondisco solo l’aspetto sociale di questa zona, da cui la gente in generale non se ne vuole andare perché si è creato un cerchio di solidarietà determinato proprio dalle difficoltà di vita di molte famiglie, dal fatto che la convivenza con molti migranti non è solo convivenza, ma condivisione di intenti sotto ogni aspetto. Sono molte le variabili che hanno condotto a questi risultati e qualche guaio ancora capita. Chi invece non pensa a questa nostra grande periferia sono proprio le Istituzioni, che se ne ricordano solo come fucina di voti. Non parliamo poi dell’AMIU e di come non fa pulizia e manutenzione quassù, per non parlare della cura dei giardini e aiuole, a cui provvedono gli abitanti costituiti in associazione… Per concludere, io da qui non me ne andrò mai: di notte abbiamo la compagnia di usignoli, civette e gufi e persino del chiù, per il resto silenzio assoluto. Di giorno capita di trovarci a chiacchierare nelle piazzette. Ogni tanto si rompe qualche equilibrio, soprattutto quando arriva gente nuova che pensa l’impensabile, ma che in breve s’acquieta perché scopre che non è vero niente. Ultima cosa: mi è capitato di dimenticare il garage spalancato per una notte intera con entrambe le macchine aperte, lo scooter e la porta tagliafuoco che dà sull’appartamento non chiusa a chiave. Non è successo niente. Fortuna? Forse. Certo, non è tutto oro quello che luccica, ma è anche vero che tutto il mondo è paese. Grazie per l’attenzione.
    Maddalena

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