Sono sconvolta dalla notizia della morte di Gillo Dorfles. Ce lo immaginavamo tutti, direte voi. Aveva 107 anni. Eppure mi ero abituata all’idea che fosse immortale. Che ci fosse per sempre.
Ho cercato per una mezz’ora buona di trovare tra i file del computer o nelle pennette una lunga intervista che gli avevo fatto nella sua casa di Milano, per “Il secolo XIX”. Alla fine è magicamente spuntata fuori. La ripubblico oggi con qualche correzione.
È di 14 anni fa. Era il 2004, l’anno di Genova capitale della cultura europea. La città stava vivendo un periodo di fermento.
Nella foto, il grande Gillo con Cesare Viel, a Villa Croce, nel 2008, in occasione della personale dell’artista. Nel mio laboratorio artigianale del blog non possiedo altre foto d’archivio.

Di Laura Guglielmi.
Quasi un secolo fa, negli anni Dieci, Gillo Dorfles – nato a Trieste – abitava in via Interiano 3, quel breve tratto di strada che collega piazza Fontane Marose a Portello e frequentava le scuole elementari Giano Grillo in salita Santa Caterina.

Professore di estetica, è stato un grande critico del gusto: ha pubblicato, nel corso della sua lunga vita, più di 260 testi, aiutando la cultura italiana a sprovincializzarsi. L’irritazione, ha ricordato Edoardo Sanguineti in più di un’occasione, è stato l’atteggiamento fondante con cui Dorfles ha analizzato il costume degli italiani. Un’intelligenza critica sempre pronta a dissentire. Ha scritto parole illuminati sul kitsch, molto prima che facesse capolino il trash.

[Ormai nel 2004 le interviste si facevano tutte per telefono, ma Gillo non ci sentiva più bene e così ho avuto l’occasione di entrare nella sua casa di Milano, fasciata di libri. Un pomeriggio indimenticabile.]

A quali angoli di Genova sei legato in maniera particolare?

Gillo Dorfles: «Se penso alla mia infanzia e adolescenza trascorsa a Genova dai quattro ai dieci anni, i posti che sento più miei sono i dintorni di piazza Fontane Marose. Abitavo nell’ala sinistra di Palazzo Pallavicini. Questi sono i luoghi della mia infanzia, spazi ancora intatti, dove ritrovo l’atmosfera di allora. Piazza Portello invece è cambiata per via delle gallerie e del traffico continuo. Mi ricordo il caffè Prato, all’angolo con via Caffaro, che non c’è più da tanti anni.
Ai miei tempi la città era molto più piccola: non si era ancora sviluppata intorno a Brignole. Sampierdarena era separata da Genova da una collina che è stata abbattuta. C’erano i tram che passavano da piazza de Ferrari».

Negli anni Sessanta sei stato coinvolto, insieme con Paolo Minetti, tuo grande amico, nella Galleria del Deposito di Boccadasse. Cosa ricordi di quell’esperienza?

Gillo Dorfles: «Facevo parte dell’associazione, producevo interventi critici. Venivo a Genova per incontrare Minetti o Eugenio Carmi, gli animatori del Deposito. Venne invitato a esporre anche Max Bill, mio caro amico.
È stata una collaborazione costruttiva. Un’esperienza importante per Genova, una delle prime aperture della città nei confronti dell’arte d’avanguardia. Avanguardia di allora, s’intende. L’anno scorso Villa Croce ha dedicato una mostra al Deposito, una mostra molto bene organizzata».

Non credi che Genova sia la città italiana che più si è data da fare negli ultimi anni per rinnovarsi nel suo aspetto urbanistico? Quasi come le grandi città europee?

Gillo Dorfles: «Sì, è vero le città italiane sono cambiate meno rispetto ad alcune città europee. Si è verificato uno scarso sviluppo urbanistico. A Genova le cose sono andate un po’ meglio di quanto sia avvenuto altrove.
Negli anni Sessanta era una città industriale, ora è una città del terziario, proprio come Milano. Il traffico portuale non era ancora stato spostato a Voltri. Il porto antico, negli anni Novanta, si è trasformato in maniera straordinaria grazie alle ristrutturazioni di Renzo Piano. Tutto è cambiato in quell’area. Sempre in quel periodo è stato costruito il Matitone. Spero si continui, buttando giù la sopraelevata.
Poi, sempre all’inizio degli anni Novanta, è stato rimesso a nuovo il Carlo Felice, un progetto architettonico che non condivido, un cubo mastodontico che spunta fuori nel tessuto urbano di Piazza De Ferrari. Ha violentato quella zona e lo si intuisce soprattutto guardando Genova dall’alto: il panorama della città ne resta deturpato.

E poi Palazzo Ducale, un grande restauro, anche se non mi convincono le rampe delle scale. Belli invece i sotterranei che ora ospitano le mostre e il ristorante sul tetto.
Manca ancora una metropolitana efficiente che colleghi Nervi a Voltri con nodi di interscambio dove il viaggiatore potrebbe trovare delle scale mobili, come a Perugia, per raggiungere la circonvallazione e le colline. Un progetto che a Genova funzionerebbe a meraviglia».

Cosa ti aspetti dal 2004 e per il futuro della Liguria?

Gillo Dorfles: «Speriamo che sia utile per sviluppare alcune potenzialità della città, il ruolo della Facoltà di Architettura, le attività di Palazzo Ducale che potrebbe diventare un centro culturale di alto livello. Genova ha una grande tradizione artistica che può essere recuperata per costruire un’attenzione maggiore nei confronti dell’arte contemporanea. Lo spazio di Villa Croce non è più sufficiente. Anche il Teatro della Tosse propone delle iniziative interessanti. Mi pare che Genova, negli ultimi anni, abbia fatto abbastanza per la cultura.
Credo, però, che dovrebbero essere recuperate e potenziate certe forme artigianali, come la ceramica di Albissola o l’ardesia. Poi è un peccato che vada perso un dialetto così particolare come quello genovese. Io da bambino lo parlavo: ora non lo conosce più nessuno.
L’unica cosa che non dovrebbe essere potenziata in Liguria è il Festival di Sanremo! È una manifestazione talmente sguaiata che dovrebbe essere riprogettata e riconfezionata».

Hai analizzato a fondo la categoria estetica del kitsch, dove lo individui nella vita contemporanea?

Gillo Dorfles: «Ormai è dappertutto, si è diffuso in maniera massiccia. È diventato quasi impossibile distinguere tra arte e kitsch. Una volta c’era un abisso tra i due atteggiamenti, ma ora non è più così. Comunque è difficile dare un giudizio obiettivo sulla cultura contemporanea, lo si potrà fare fra cinquant’anni. Una cosa però si può dire: con la globalizzazione si sta verificando una maggiore diffusione culturale e delle informazioni in genere, ma si stanno appiattendo le qualità creative».

Dal Dopoguerra ad oggi, quali sono stati i momenti più interessanti?

Gillo Dorfles: «Subito dopo la fine della guerra si è verificato un notevole fermento culturale. Il declino è iniziato negli anni Ottanta per consolidarsi negli anni Novanta. I giovani di oggi mi sembrano spenti dal punto di vista inventivo. In giro si vedono solo delle repliche di opere del passato e pochi lavori veramente nuovi. Per noi critici, fino a vent’anni fa era più facile trovare almeno una ventina di giovani da seguire. Può anche darsi che mi sbagli».

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