Carola Frediani è diventata ormai un punto di riferimento nazionale per capire i meccanismi che ci sono dietro al gesto quotidiano per eccellenza di milioni di persone: navigare in internet.

Ha mandato in libreria da qualche mese Guerre di rete, (editori Laterza), un libro da leggere per capire meglio i nostri comportamenti e i rischi che corriamo sfogliando le pagine web, cliccando su un link, lasciando senza pensarci i nostri dati alle varie piattaforme.

Dal privato al pubblico, spesso viene chiamata da televisioni e giornali per dire la sua su cosa si muove nel profondo web, sugli attacchi degli hacker a impianti industriali e a governi.

Tante persone che conosco hanno distrattamente cliccato su un link che gli era arrivato per mail e sono precipitate in un vortice. Non potevano avere più accesso ai loro dati sul computer, in cambio hanno ricevuto una proposta di riscatto. Se avessero pagato, l’estorsore gli avrebbe dato la chiave per entrare di nuovo in possesso delle loro foto, file, grafici. Questo virus che tocca i semplici cittadini da vicino si chiama ransomware.

Ma il profondo web è anche il luogo dove si muovono i militanti per i diritti civili in paesi dove sono negati, oppure dove esistono dittature o è vietata la libertà d’espressione.

Come diceva Franco Carlini, uno dei pionieri del web in Italia, maestro di Carola e mio, e di cui ricorre il decennale della morte il primo dicembre, «la Rete è quello che vogliamo che sia». Siamo noi umani a gestirla e lì dentro c’è tutto il bene e il male che siamo in grado di spargere nel mondo.

Siamo amiche con Carola da tanti anni. Sono contenta di questo suo successo. Giornalista e autrice, nel 2010 ha co-fondato l’agenzia EFFECINQUE. È stata social media editor de La Stampa e ora lavora per il desk inchieste del quotidiano. Scrive di nuove tecnologie, cultura digitale e hacking per L’Espresso, Wired, Corriere della Sera, Il Secolo XIX, DailyDot, TechPresident. Spesso è invitata in giro per l’Italia ai più vari Festival. Questa è la prima intervista che le faccio, e credo che le risposte siano proprio argute, come il suo libro. Come lo è lei.

Tra tutte le guerre della rete, qual è la peggiore?

Carola Frediani: «Ho usato questa espressione per indicare un certo tipo di conflitti che avvengono in Rete, laddove per conflitti intendo operazioni di infiltrazione, spionaggio, sabotaggio e influenza, magari condotte da Stati, ma anche scontri di natura politica che hanno a che fare con l’uso di massa della crittografia forte da parte dei cittadini. O ancora il modo in cui strumenti di sorveglianza utilizzati per fini apparentemente legittimi – come il contrasto alla criminalità – possano essere abusati in certe situazioni da chi li gestisce. Insomma, ci sono tanti tipi di conflitti digitali, di guerre di rete, per stare al titolo del mio libro, e dunque dipende dal punta di vista dell’osservatore. Non avere controllo sui propri dati, il fatto che siano in balia di un ambiente digitale insicuro, dove cybercriminali o altre entità possono depredarli quando meno ce lo aspettiamo, è forse l’aspetto più inquietante. Il problema è che il tema del controllo sui nostri dati è come la salute. La si dà per scontata finché c’è, e solo quando qualcosa va storto ci si rende conto di quanto fosse importante».

Tra tutte le minacce presenti nel web, qual è quella che ti spaventa di più?

Carola Frediani: «Ognuno di noi, a seconda di quello che fa, incontrerà rischi diversi, un diverso modello di minaccia (threat model), come si dice in gergo. Ma come giornalista e osservatrice mi turba il modo in cui sempre di più facciamo fatica a tenere sotto controllo le nostre tracce e scie digitali. L’idea che non sai come potrà essere usato in futuro il segno digitale che hai lasciato oggi, che si tratti di una foto postata sul social ma anche di un sito visitato col browser. Non è fantascienza: ricordo che per un pelo non è stato concesso al Dipartimento di Giustizia Usa, nell’ambito di un’indagine, di richiedere a un sito web anti-Trump milioni di indirizzi IP, e dunque in ultima analisi l’identità di chi lo aveva visitato. O il fatto che i dati raccolti da una associazione per aiutare i senza tetto in Gran Bretagna siano stati successivamente usati dallo Stato per decidere chi doveva essere espulso».

E invece quella più pericolosa per i diritti civili e la libertà individuali?

Carola Frediani: «Il fatto che le nuove tecnologie rischino di far saltare gli equilibri raggiunti in decenni, se non secoli, di tutela dei diritti. La logica è se si può fare si fa. Se si può raccogliere, si raccoglie. Se si può entrare, si entra. Giuristi e avvocati esperti di digitale ti diranno che stanno combattendo una battaglia difensiva. Poi ci sarebbe il capitolo della delega di questi stessi strumenti usati dallo Stato a società private, su cui ci sono pochissimi controlli».

Non provi ogni tanto un po’ di paura entrando in contatto con alcuni ambienti web nascosti e pieni di incognite?

Carola Frediani: «Per muoversi in Rete occorre seguire delle regole e usare un certo tipo di software. Lo stesso vale per il cosiddetto Deep Web o altri ambienti meno alla luce del sole. Il punto è sapere quello che si sta facendo. Il rischio c’è sempre, ma mi fa più paura il pdf che arriva nella mail da un contatto poco fidato e aperto per fretta, ansia o distrazione».

Tu che ne hai incontrati tanti, ci puoi descrivere – se è possibile – come si comporta in media un operatore del Deep web?

Carola Frediani: «Dipende, nel senso che nel Deep Web ci sono soggetti diversi, che fanno cose diverse. Ci sono attivisti per i diritti umani, appassionati di crittografia e crittovalute, curiosi, libertari. Persone che gestiscono forum o comunità online senza fini di lucro, ma solo perché vogliono avere quello spazio. Poi ci sono persone che si dedicano ad attività illecite. A seconda di quello che fanno avranno comportamenti diversi. Ma ci sono tante attività illecite anche nel web normale».

La gente in genere non si spaventa del fatto che i propri dati vengano inseriti nei database di aziende, governi e altre piattaforme web. Spesso le persone si giustificano dicendo: «Non ho nulla da nascondere». Perché è un atteggiamento pericoloso?

Carola Frediani: «Ma sì, lo capisco. Una persona che fa una vita normale, non commette crimini o abusi, giustamente non avrebbe nulla da nascondere. Infatti non capisco perché ancora non viviamo in case di vetro. Battute a parte, il punto non è nascondere qualcosa che non si è fatto. Il punto è avere il controllo su quello che vogliamo o meno rivelare, a chi, come, quando, quanto. Prendiamo il caso di una malattia. Non c’è nulla di male o di sbagliato a essere malati di qualcosa. Ma tutti capiscono che è loro diritto decidere come, quando, quanto dire al mondo, o a singole persone, della propria malattia. Non c’è nulla da nascondere, ma c’è il diritto di decidere e di gestire la propria vita. Parliamo di questo, dunque. Avere il controllo sui dati è potere. Parliamo dunque di empowerment, di autodeterminazione.

Cosa consiglieresti di fare ad un utente internet che sprovvedutamente ha cliccato su un link e si è preso un ransomware, cioè un virus che gli-le impedisce di aprire i file del suo computer e che per riottenerli e costretto a pagare un riscatto?

Carola Frediani: «Sperare di avere un backup, perché è l’unica vera soluzione, una volta che te lo sei preso. Poi è vero che i ransomware sono di tanti tipi, e in alcuni casi ci sono le tecniche o i software per aggirarli o per decifrare i file. Ma se il ransomware è fatto bene e te lo sei già preso, nel senso che non lo hai fermato prima, c’è poco da fare. Pagare è rischioso e sconsigliabile, inoltre alimenta quel tipo di cybercrimine. In ogni caso, andare prima su un sito che si occupa in modo aggiornato del tema, come Ransomware.it. O il progetto No More Ransom».

Tu scrivi che l’Isis non è ben attrezzato per sferrare attacchi digitali, eppure la tecnologia la sa usare. Perché secondo te?

Carola Frediani: «Non hanno le risorse e non è la loro priorità. Il tipo di danno che possono fare offline è incomparabile a un qualsiasi attacco informatico. La Rete è usata soprattutto per la propaganda, e in parte minore per il reclutamento».

Franco Carlini, un maestro e un pioniere del web in Italia, di cui quest’anno ricorre il decimo anniversario dalla morte, auspicava che internet diventasse il luogo delle libertà. Oggi sarebbe inorridito?

Carola Frediani: «Non credo, perché questi luoghi in Rete esistono ancora, sono solo meno visibili, sommersi da tanto rumore. Occorre cercarli e coltivarli. E no, non stanno sui social network più noti. In ogni caso, credo che ci spronerebbe a non dare per scontato nulla, né in positivo né in negativo. Scriveva che la Rete è quello che vogliamo che sia. È una frase che mi è rimasta impressa».

Quali sono le associazioni più interessanti per diffondere e tutelare diritti civili e libertà individuali nel grande mondo del web?

Carola Frediani: «Ne cito alcune anche se sono tantissime: Electronic Frontier Foundation negli Usa; Privacy International in Europa; Cild-Coalizione per Le Libertà e i Diritti Civili in Italia (per trasparenza specifico di aver ricevuto un premio promosso dalla stessa Cild nel 2015)».

Pubblicato per la prima volta su mentelocale.it il 19 settembre 2017

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